Auto in discesa

Le venti passate. L’auto correva; era l’auto che correva, non io.
Io avevo perso il controllo, mi lasciavo guidare da quell’auto. La mano destra, un po’ restia, continuava a prendere con forza molesta il cambio. Quarta, quinta, folle. Rallenta, in terza; una curva, cambio marcia, una rotatoria e via a sinistra verso la discesa. 

L’auto libera, io sollevata, mi lascio alla spinta; la destra stacca in folle e si poggia leggera sul volante. 

Di nuovo una salita, la destra riprende convinta il controllo; seconda, terza forse no, seconda.

La sento che fatica, i piedi scalpitano inermi, ma vince l’asfalto. Giunge infine alla cima e si rilassa, mi rilasso.

Intravede finalmente la discesa e una luce calda attraversa il parabrezza, mi scalda nonostante i 28gradi, mi concede un breve, intenso respiro, accompagnato da un battito timido e sollevato.

Ora la vedo, quella luce familiare che si concede, prima del cambio notturno, ed io, spettatrice, di un’esibizione ormai nota, giunta alla 10.605 esima edizione, mi lascio coinvolgere in quel secondo, effimero e rassicurante, che mi restituisce il battito.

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Il pesce rosso – parte 1. 

Racconti brevi su come prendersi cura di un pesce rosso. (Parte prima – come tutto iniziò)

Qualche mese fa ho vinto un pesce rosso. 

Ero ad una di quelle fiere con tanti stand gastronomici e giochi per bambini. Io ovviamente ero andata lì con l’intenzione di bere e mangiare…prendere un po’ di sole con  “vista lago”.

Nel vagare tra gli stand e parlottare con un’oliva ascolana ancora in bocca (al tartufo, tra l’altro molto buona) mi imbatto nel solito chioschetto con bocette e pesciolini appesi nelle buste “porelli” penso; dico “ouhaua guara puescivuossi”.

Poi la mia mente ha cominciato a trascinarmi verso un ricordo d’infanzia. Lunapark, mia sorella e mio padre assillatto dalle insistenti nostre richieste di poter provare a vincere un pesce rosso. Dopo qualche deciso “no” mi ritrovo in punta di piedi al bancone del chioschetto con 20 palline e la gioia di poter portare via qualche pesciolino da quelle tristi bustine di platica. Non ricordo di aver avuto una buona mira, fatto sta che mi ritrovo con 3 pesci rossi e un pesce gatto, di quelli neri, un po’ viscidi, bavosi e con i baffi.          Si a ripensarci forse non faceva così ribrezzo; certe persone in carne ed ossa sono probabilmente peggio.

Ero così contenta,ma anche tanto piccola e stupidina. Non si poteva “googlare” a quei tempi, così misi i 3 pesciolini in una vaschetta insieme al bavoso…tutti insieme allegramente in forse neanche 5litri di acqua. 

Li avrò fissati per un’ora…erano buffi, sinuosi, mai visti così da vicino prima. Il pesce gatto,no, non era buffo. Era noioso, incazzato (forse perché lui bruttino e poco aggraziato a mangiarsi i residui degli altri spavaldi) e brutto, si davvero brutto. Andai a dormire e il giorno dopo mi svegliai tutta allegrotta correndo verso il salone per andare a dare da mangiare ai pesci, ma vidi mia madre che tutta agitata era intenta a fare qualcosa lì vicino alla vaschetta. La continuai a guardare da dietro la porta, cercando di capire, ma non capii. Ebbi le idee chiare solo quando si spostò di mezzo metro e vidi la vaschetta. I avvicinai con i piedi scalzi, sul marmo freddo, quatta quatta.

Il panico in un secondo.

La vaschetta e lui. Solo lui dentro. Lui, sì, il pesce gatto (che per me era per forza un lui) quello brutto e noioso. Fermo sul fondo, con l’espressione soddisfatta, muoveva la coda e le pinne, lentamente e mi continuava a fissare. Io lo fissavo e fu subito odio profondo. 

Che fine avevano fatto i 3 pesciolini? Colpa sua sicuramente, “li ha morsi tutti!” – pensai. Certo ai tempi non sapevo che i pesci gatto avessero una bocca non proprio conforme al mordere e di certo uno vs 3 neanche Rambo o Chuck Norris, anche perché…lui a stento si spostava.

Nulla poteva ormai distogliermi da quella idea così confezionata. Un cattivo nelle storie deve esserci sempre e di sicuro non può essere il protagonista. 

3 anni. 3lunghi anni di scambio di sguardi interrogativi tra me e lui. “Lo so che sei stato tu, perché l’hai fatto!”.

Lui contnuava a spostarsi solo per mangiare; stava sempre sul fondo a farsi gli affari suoi. Non capivo ai tempi perché uno dovrebbe preferire la solitudine alla compagnia. Pensavo “cavoli aveva 3 amichetti con cui condividere le giornate, perché l’ha fatto?!ora passerà tutta la vita da solo”.          Alla fine gli ho voluto bene, alla fine ammiravo la stranezza dei suoi baffi e il nero lucido del suo corpo. Ammiravo la sua pazienza, la sua pacatezza, la sua rassegnazione anche. E io nel frattempo ero cresciuta un pochino e sapevo dentro di me che non potevo più dargli la colpa. 

Una mano decisa e confortevole mi prende e mi riporta al presente di quel giorno alla fiera. Spinta da “nonsoqualeforzadelmale”, decido di mettermi lì a lanciare qualche pallina e provare ad esorcizzare un po’tutto quel flashback.

Vedevo un ragazzino accanto a me, disperato, ormai giunto rossoquarntesima pallina, guardare il padre e con gli occhi cerca di supplicarlo e di prenderne altre…ancora non aveva vunto nessun pesce. Roba che se fosse andato al negozio con 5euro sicuramente almeno 5 pesciolini rossi se li sarebbe portati a casa. Ma quando sei lì purtroppo ti fai prendere dalla sconfitta e sai che quelle boccette sono state fatte apposta cosi piccole per farci entrare con estrema difficoltà una pallina da ping pong. Lo sai, ma non ti interessa, non sei più lucido. Allora vedi il padre rassegnato, consegnare altri spicci e farsi dare altre 40palline. 

Io ancora ero intenta a studiare la situazione. Cercavo di rimanere lucida e razionale. Il tipo dentro al chiosco si era appena piegato per prendere un nuovo pesce da “imbustare” e appendere. Lo vidi, era rosso vivo, ma avevo notato qualche striatura nera sulle pinne, sulla coda, sugli occhi e sopra la bocca. Uno po’ tipo “Hitler incazzato” , ma sembrava simpatico. 

Motivazione, concentrazione e… tic, prima pallina lanciata rimbalza sulle boccette. Niente. Provo con la seconda, toc…e rimbalza sul pianale, provo la terza,la quarta..tic tac toc toc..nulla. I miei buoni propositi razionali vanno a farsi fottere e la smetto di calcolare angoli, traiettorie, ciao Pitagora, Euclide e Keplero..ora mi appello al signor “Botta di Culo” e vediamo.

Altre due palline finiscono chissà dove, ma arrivata alla dodicesima, faccio centro. Panico. Realizzo. Quindi ora ho vinto. Ho vinto un pesce rosso. Panico. Lui accanto mi guarda e ride. “Dai ora regalalo a quel ragazzino disperato accanto a te! Guarda il padre sts investendo tutti i suoi risparmi per un pesce!” Effettivamente…stava lanciando la sessantesima pallina…

Io quasi intenerita, stavo per cedere, ma di nuovo “nonsoqualeforzadelmale”mi ha fatto rispondere “eh no che cavoli! Ci sono riuscita, ho vinto eh! Però tranquillo, al massimo lo regalo a te!”

Mi erano rimaste altre palline da lanciare, ma speravo adesso con tutta me stessa di non vincerne altri o sarebbe stato l’inizio della fine.

È stato facile non vincerne altri. Per fortuna.

Allora il tipo mi chiede conferma e io gli indico, senza neanche accorgermente “Hitler incazzato”, appeso davanti a me.                                              Prendo in mano la bustina e vedo il ragazzino che mi guarda. No non mi lascio intenerire. 

È mio ormai. 

“Hitler incazzato” ora si chiama Pippo, ma ha sempre il finto baffetto nero e lo sguardo che sembra incazzato.

  

Granelli di sabbia

Al mattino il sole si specchiava timido sui contorni tiepidi dell’acqua; scaldava piano i preziosi granelli della distesa corallina.

…Qualche orma si distingue sulla riva; un pellicano ora in volo, si era adagiato soffice in attesa di un guizzo fortuito.

Cinguettii indistinguibili si confondono con il dolcivieni delle onde, componendo una melodia estranea allo smog terrestre.

Assuefatti dai colori anomali, i miei occhi si muovono increduli alla ricerca di elementi onirici; la mia mano risponde con un gesto insintivo e lesta afferra qualche granello di quella soffice nella quale i piedi affondano piacevolmente.                            

Lenti i granelli cadono, uno ad uno, distinti e mai uguali, soffiati da quella profumata e colorata brezza caraibica, tornando silenziosi al loro posto…

Il gatto che aspetta

Il gatto bianco aspettava su quella panchina tutte sere.

Immobile come una statua sembra confondersi 

tra i busti antichi del parco.

Silenzioso ed eretto, 

con le zampe davanti ben distese,

Aspetta.

Gli occhi sono chiusi, 

altrimenti al buio verrebbe scoperto.

Sceglie di essere invisibile e attendere non la qualunque attenzione.

È buio,

l’umido s’inoltra nelle vesti,

ma al gatto bianco non fa nulla.

Rimane fermo,

attende.

D’un tratto il lampione sembra avvistare un’ombra;

dei passi svelti per la scalinata.

Il gatto la sente,

la vede, 

ma la sua innata e regale indifferenza

lo porta a non distrarsi.

L’ombra intanto sembra materializzarsi;

i capelli riflettono aurei al chiarore della luna,

Ondeggiando ad ogni passo distratto.

Giunta vicino alla panchina i suoi occhi s’abituano al buio

e notano vispi il quiete felino marmoreo.

S’avvicina,

Senza chieder permesso,

con un pizzico d’infantile insolenza 

poggia goffamente l’esile mano su quella testa pelosa.

Con gli occhi di bambina sorride,

come se nulla ci fosse in quel momento a guastarle l’anima.

L’esserino bianco,

Dapprima incredulo e sospetto,

china il capo e socchiude pacificamente gli occhi;

Questa volta solo per godersi quel piccolo momento di conquista.

Pochi secondi

e i due tacitamente si salutano.

Lei torna a confondersi con il buio 

e i suoi capelli, ribelli, chiusi dentro uno scomodo cappuccio, scompaiono.

Il gatto alza di nuovo la testa,

fiero, si posiziona nuovamente,

immobile, le orecchie dritte, gli occhi ben chiusi.

E si fa invisibile,

Riposa.

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Sidharth Chaturvedi – Elusive

La prese così,
Come quando si tenta di acchiappar la pioggia con le mani;
si va un po’ per tentativi,
senza logica e raziocinio.

Quelle gocce sono tante,
troppe forse,
concedono l’amara illusione che sia semplice.
Poi sul più bello,
quando pensi di avercela fatta,
t’accorgi che tra le mani non hai nulla,
se non l’umido,
testimone del suo averti beffato.

All’ennesima sconfitta
rivolgi lo sguardo al cielo,
per trovar qualche conforto ultraterreno.
Chiudi gli occhi e respiri a fondo,
perché forse modo non c’è.

Poi all’improvviso eccola.
La senti.
Decisa e ferma,
arriva sulla tua fronte.
Pieghi leggermente la testa e lei scende,
piano,
segue le tue linee,
fino a posarsi lì,
proprio dove la volevi
e ti sembrava poco prima impossibile.

La trattieni fra le tue labbra,
dolcemente,
la proteggi dalle insidie
e senza che tu possa accorgertene,
diventa parte di te.

E la prese così,
in quella tempesta che sembrava infinita.

Gioli

La tempesta

La panchina

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Ron Hicks – Impulsive

Quella panchina sembrava messa lì apposta.

L’aria era calda e silente; tutt’intorno sembrava attendere.
S’era creato quello strano tacere che si manifesta subito dopo un fulmine e preannuncia l’arrivo del tuono.

I due si guardarono come mai avevano fatto fino a quel momento.
Sapevano che stava per accadere qualcosa, le labbra di lei cominciavano a tremare, quelle di lui a bramare.

Un fuoco sembrò accendersi tra i due, quasi a vederlo, così rosso, vivo, pericoloso; i loro nasi si scontrarono dapprima, poi s’incastrarono, come le loro bocche, alla perfezione.

Le dita di lui andavan perdendosi tra le ciocche di lei, sparse sul viso, disordinate sulle spalle; le mani di lei cercavano sicurezza prima sul viso, poi sulle spalle e infine sul petto.

D’improvviso una spinta sembrò partire da quelle esili mani; un goffo tentativo per allontanare quel corpo che fino a qualche secondo prima era un tutt’uno con lei.

Dopo il tuono, di nuovo il silenzio.

I due tornarono a guardarsi, ma l’intensità era cambiata:
più consapevole, più decisa, più esperta.

Nessun tremore, nessuna titubanza.
La panchina continuava ad incorniciare quei due corpi che volevano prendersi, ma ancora non sapevan come.

Gioli

Letture piacevoli

“Colloquio di lavoro, colloquio… Mi faccia pensare, lei è taglia boschi per caso?”  “Eh, no veramente, non sarei nulla.” “Ah bene, sa anch’io sono disoccupato. Mi dica per quella tangente preferisce contanti?”

Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta, la mia unica speranza, ponderai, poteva essere un TSO; mio s’intende.

Stavo impazzendo.

“Avanti” esortò il dottore, improvvisamente sul chi va là. La prima cosa che sentii fu un alternarsi di consonanti e vocali a formare una sinfonia celestiale: “Scusa papà, non sapevo fossi in riunione.”

Il secondo contatto, invece fu visivo: una gamba e poi il resto del corpo che a quella gamba era collegato. Un fisico pallido, piccolo, ma ben modellato, generoso in curve, ma senza arroganza, vestito in un abito nero e grigio di lana cotta che lasciava scoperte le spalle su cui ricadeva delicato il profumo di capelli neri, soffici e vaporosi, impegnati ad assediare un viso sbarazzino: fronte liscia, sopracciglia sottili a offrir riparo a due occhi azzurri dal taglio vagamente orientale e un nasino minuscolo con sopra una sella di lentiggini a rendere ancora più incantevole un sorriso capace di risucchiare il tempo, tutto, convogliandolo sugli incisivi superiori leggermente storti o comunque non perfettamente allineati, per la verità non si capiva bene, come se solo quel piccolissimo difetto fosse lì a testimoniare l’esistenza concreta di quella figura e la sua conseguente appartenenza al genere dei comuni mortali.

In quel momento avrei potuto essere un ricercatore del CERN intento a scoprire la particella di Dio, la particella di Dio intenta a fuggire dal suo ricercatore o un trentenne nullafacente in cerca di lavoro in un luogo dimenticato da Dio e dalla sua particella; ogni cosa, magicamente avrebbe perso importanza.
Non avevo un solo senso libero da quell’entità.

Tratto dal libro “L’armonia del carciofo” di Nicolò Pinna

C’eri tu e un’arancia

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Il tepore delle luci del tramonto,
Il solito posto alla solita ora,
Ma tutte le volte riusciva a sorprendermi;
Dapprima timidamente,
Poi con tutta la sua forza invasiva
Cercava di imporsi.
Quel profumo era così selvaggio
E amabile allo stesso tempo,
Da lasciar credere
Che fossero scissi:
Aspramente carezzevole,
Dolcemente pungente.
Non potevo farne a meno.

Gioli

Quel sentiero

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Mi ricordo quel sentiero
che dalla spiaggia
saliva tortuoso verso casa.

L’odore del mare m’accompagna cheto
Fino ai portici.

Lo respiro a fondo,
Allargando le narici,
Socchiudendo gli occhi,
Accogliendolo nel petto.

Gli agrumi del cortile
Vi s’insinuavano,
Ignari dell’armoniosa fragranza
Che avean donato ai miei sensi.

Gioli