Il gatto che aspetta

Il gatto bianco aspettava su quella panchina tutte sere.

Immobile come una statua sembra confondersi 

tra i busti antichi del parco.

Silenzioso ed eretto, 

con le zampe davanti ben distese,

Aspetta.

Gli occhi sono chiusi, 

altrimenti al buio verrebbe scoperto.

Sceglie di essere invisibile e attendere non la qualunque attenzione.

È buio,

l’umido s’inoltra nelle vesti,

ma al gatto bianco non fa nulla.

Rimane fermo,

attende.

D’un tratto il lampione sembra avvistare un’ombra;

dei passi svelti per la scalinata.

Il gatto la sente,

la vede, 

ma la sua innata e regale indifferenza

lo porta a non distrarsi.

L’ombra intanto sembra materializzarsi;

i capelli riflettono aurei al chiarore della luna,

Ondeggiando ad ogni passo distratto.

Giunta vicino alla panchina i suoi occhi s’abituano al buio

e notano vispi il quiete felino marmoreo.

S’avvicina,

Senza chieder permesso,

con un pizzico d’infantile insolenza 

poggia goffamente l’esile mano su quella testa pelosa.

Con gli occhi di bambina sorride,

come se nulla ci fosse in quel momento a guastarle l’anima.

L’esserino bianco,

Dapprima incredulo e sospetto,

china il capo e socchiude pacificamente gli occhi;

Questa volta solo per godersi quel piccolo momento di conquista.

Pochi secondi

e i due tacitamente si salutano.

Lei torna a confondersi con il buio 

e i suoi capelli, ribelli, chiusi dentro uno scomodo cappuccio, scompaiono.

Il gatto alza di nuovo la testa,

fiero, si posiziona nuovamente,

immobile, le orecchie dritte, gli occhi ben chiusi.

E si fa invisibile,

Riposa.

image

Sidharth Chaturvedi – Elusive

La prese così,
Come quando si tenta di acchiappar la pioggia con le mani;
si va un po’ per tentativi,
senza logica e raziocinio.

Quelle gocce sono tante,
troppe forse,
concedono l’amara illusione che sia semplice.
Poi sul più bello,
quando pensi di avercela fatta,
t’accorgi che tra le mani non hai nulla,
se non l’umido,
testimone del suo averti beffato.

All’ennesima sconfitta
rivolgi lo sguardo al cielo,
per trovar qualche conforto ultraterreno.
Chiudi gli occhi e respiri a fondo,
perché forse modo non c’è.

Poi all’improvviso eccola.
La senti.
Decisa e ferma,
arriva sulla tua fronte.
Pieghi leggermente la testa e lei scende,
piano,
segue le tue linee,
fino a posarsi lì,
proprio dove la volevi
e ti sembrava poco prima impossibile.

La trattieni fra le tue labbra,
dolcemente,
la proteggi dalle insidie
e senza che tu possa accorgertene,
diventa parte di te.

E la prese così,
in quella tempesta che sembrava infinita.

Gioli

La tempesta

La panchina

image

Ron Hicks – Impulsive

Quella panchina sembrava messa lì apposta.

L’aria era calda e silente; tutt’intorno sembrava attendere.
S’era creato quello strano tacere che si manifesta subito dopo un fulmine e preannuncia l’arrivo del tuono.

I due si guardarono come mai avevano fatto fino a quel momento.
Sapevano che stava per accadere qualcosa, le labbra di lei cominciavano a tremare, quelle di lui a bramare.

Un fuoco sembrò accendersi tra i due, quasi a vederlo, così rosso, vivo, pericoloso; i loro nasi si scontrarono dapprima, poi s’incastrarono, come le loro bocche, alla perfezione.

Le dita di lui andavan perdendosi tra le ciocche di lei, sparse sul viso, disordinate sulle spalle; le mani di lei cercavano sicurezza prima sul viso, poi sulle spalle e infine sul petto.

D’improvviso una spinta sembrò partire da quelle esili mani; un goffo tentativo per allontanare quel corpo che fino a qualche secondo prima era un tutt’uno con lei.

Dopo il tuono, di nuovo il silenzio.

I due tornarono a guardarsi, ma l’intensità era cambiata:
più consapevole, più decisa, più esperta.

Nessun tremore, nessuna titubanza.
La panchina continuava ad incorniciare quei due corpi che volevano prendersi, ma ancora non sapevan come.

Gioli

Letture piacevoli

“Colloquio di lavoro, colloquio… Mi faccia pensare, lei è taglia boschi per caso?”  “Eh, no veramente, non sarei nulla.” “Ah bene, sa anch’io sono disoccupato. Mi dica per quella tangente preferisce contanti?”

Proprio in quel momento qualcuno bussò alla porta, la mia unica speranza, ponderai, poteva essere un TSO; mio s’intende.

Stavo impazzendo.

“Avanti” esortò il dottore, improvvisamente sul chi va là. La prima cosa che sentii fu un alternarsi di consonanti e vocali a formare una sinfonia celestiale: “Scusa papà, non sapevo fossi in riunione.”

Il secondo contatto, invece fu visivo: una gamba e poi il resto del corpo che a quella gamba era collegato. Un fisico pallido, piccolo, ma ben modellato, generoso in curve, ma senza arroganza, vestito in un abito nero e grigio di lana cotta che lasciava scoperte le spalle su cui ricadeva delicato il profumo di capelli neri, soffici e vaporosi, impegnati ad assediare un viso sbarazzino: fronte liscia, sopracciglia sottili a offrir riparo a due occhi azzurri dal taglio vagamente orientale e un nasino minuscolo con sopra una sella di lentiggini a rendere ancora più incantevole un sorriso capace di risucchiare il tempo, tutto, convogliandolo sugli incisivi superiori leggermente storti o comunque non perfettamente allineati, per la verità non si capiva bene, come se solo quel piccolissimo difetto fosse lì a testimoniare l’esistenza concreta di quella figura e la sua conseguente appartenenza al genere dei comuni mortali.

In quel momento avrei potuto essere un ricercatore del CERN intento a scoprire la particella di Dio, la particella di Dio intenta a fuggire dal suo ricercatore o un trentenne nullafacente in cerca di lavoro in un luogo dimenticato da Dio e dalla sua particella; ogni cosa, magicamente avrebbe perso importanza.
Non avevo un solo senso libero da quell’entità.

Tratto dal libro “L’armonia del carciofo” di Nicolò Pinna

C’eri tu e un’arancia

image

Il tepore delle luci del tramonto,
Il solito posto alla solita ora,
Ma tutte le volte riusciva a sorprendermi;
Dapprima timidamente,
Poi con tutta la sua forza invasiva
Cercava di imporsi.
Quel profumo era così selvaggio
E amabile allo stesso tempo,
Da lasciar credere
Che fossero scissi:
Aspramente carezzevole,
Dolcemente pungente.
Non potevo farne a meno.

Gioli

Quel sentiero

image

Mi ricordo quel sentiero
che dalla spiaggia
saliva tortuose verso casa.

L’odore del mare m’accompagna cheto
Fino ai portici.

Lo respiro a fondo,
Allargando le narici,
Socchiudendo gli occhi,
Accogliendolo nel petto.

Gli agrumi del cortile
Vi s’insinuavano,
Ignari dell’armoniosa fragranza
Che avean donato ai miei sensi.

Gioli

Nel paese delle meraviglie

image

quale via dovrei prendere?”
Dipende dove vuoi andare”
ma io non so dove devo andare”
“Allora non importa quale via prendere”

– L. Carrol

Una distesa,
e lei distesa
osserva il riflesso dell’acqua
sul tetto del cielo.
Come Alice persa nell’assurdità delle meraviglie,
questo mondo fatto al contrario,
le dà rifugio dalle stranezze al di fuori.
Si perde in boschi oscuri,
Labirinti sinistri,
Personaggi maldestri.
“Chi sei?cos’è Alice?” – Le chiedono,
ma lei non lo sa più.
“È tardi, è tardi”
Il Bianconiglio sembra riportarla alla realtà.
Ma è tardi, per cosa?

Gioli

Stasera guarda la Luna.

image

Stasera guarda la luna.
Non sarà come le altre sere,
Stavolta sarà diverso.

Se osservi con attenzione,
Occhio creativo
E tanta fiducia,
Riuscirai a scovare il mio riflesso.

Stasera guarderò la luna.
Non sarà come le altre sere,
Stavolta sarà diverso.

L’osservero’ con attenzione,
Una lacrima
E tanta fiducia,
Riuscirò a scovarti.

Ci sarà un momento,
Il più breve ed intenso,
In cui la Terra sembrerà fermarsi
E la Luna ci rimarrà a guardare;
Rossa, imbarazzata,
Le mie gote avranno così il tuo sguardo.

Seppur ombre le nostre,
Son più vive che mai.

Gioli